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Cresce la moda usata, dal 2026 stop alla distruzione degli invenduti
ll boom del second hand, trainato da Vinted, racconta un cambiamento nei consumi e riporta al centro il nodo della sovrapproduzione tessile. Tra invenduti e rifiuti, l’Europa accelera su raccolta, riuso e nuove regole. 04/05/26
L’ascesa di Vinted è il segnale più evidente di un cambiamento profondo nei consumi. La piattaforma europea dell’usato ha raggiunto una valutazione di otto miliardi di euro. Un segnale che conferma quanto il mercato del second hand stia assumendo un ruolo centrale nell’economia della moda.
Dietro questo successo c’è un cambiamento culturale ormai evidente: comprare un capo di seconda mano è una scelta accessibile e conveniente, pienamente legittimata sul piano sociale. L’usato è entrato nelle abitudini di consumo, ha superato lo stigma del ripiego ed è oggi percepito come una scelta normale, spesso anche desiderabile. Partito dalle generazioni più giovani, il fenomeno si sta estendendo a fasce d’età, generi e abitudini di consumo diverse.
Il successo dell’usato riporta al centro una questione più ampia, nota da tempo: il sistema moda continua a produrre più di quanto il mercato riesca ad assorbire. Sovrapproduzione, invenduti, sprechi e sovraconsumo: acquistiamo più capi e li utilizziamo meno. La scala del fenomeno supera la filiera e il consumo individuale: riguarda l’intero ciclo di vita del prodotto.

Secondo il report dell’European environment agency - Eea, in Europa il consumo di tessili ha raggiunto livelli record: 19 chili pro capite all’anno tra abbigliamento, scarpe e tessili per la casa. Ogni anno i rifiuti tessili generati arrivano a circa 16 chili per abitante. Due numeri vicini che raccontano la rapidità con cui i prodotti entrano ed escono dal ciclo di consumo. Un volume che esercita una pressione crescente su acqua, suolo, materie prime ed emissioni, con circa due terzi dell’impatto climatico concentrato nella fase produttiva. E il problema non si esaurisce nell’acquisto. Comincia molto prima, nella produzione, e continua dopo, quando un capo esce dal mercato.
Quando un capo diventa rifiuto
Una volta usciti dal mercato, questi prodotti entrano in uno dei flussi di rifiuti più complessi da intercettare, separare e valorizzare. Il nodo resta la raccolta: meno del 15% viene intercettato. Significa che circa l’85% dei rifiuti tessili finisce ancora nel rifiuto indifferenziato, perdendo gran parte delle possibilità di riuso o riciclo.
E c’è un altro dato che pesa: tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo viene distrutto prima ancora di essere utilizzato. È il lato meno visibile della sovrapproduzione. L’invenduto nasce spesso da una combinazione di fattori: previsioni di vendita non allineate alla domanda, cicli di collezione sempre più rapidi, saturazione del mercato e strategie commerciali costruite su volumi elevati.
Il second hand allunga il ciclo di vita dei capi e riduce la pressione sulla produzione di nuovo tessile. Da solo non riequilibra il sistema, ma segnala un cambiamento importante: il valore di un prodotto non coincide più necessariamente con il suo primo acquisto.

Dal 2025 raccolta obbligatoria, dal 2026 stop alla distruzione
Di fronte a un sistema che produce troppo e recupera poco, l’Europa sta cambiando le regole del tessile. Dal primo gennaio 2025 la raccolta differenziata dei rifiuti tessili è diventata obbligatoria in tutti gli Stati membri. L’obiettivo è rafforzare la capacità di intercettare, riutilizzare e riciclare materiali che oggi, in larga parte, finiscono ancora fuori dai circuiti della circolarità.
Il passaggio successivo riguarda la produzione. Con il Regolamento europeo Ecodesign per i prodotti sostenibili (Espr), l’Unione europea ha introdotto un nuovo quadro di regole per rendere i prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili. Le misure entreranno in vigore gradualmente, per categorie di prodotto. Tra le prime priorità individuate ci sono proprio tessili, abbigliamento e calzature: il primo piano di lavoro Ecodesign, atteso dal 2027, prevede requisiti specifici su durata, riciclabilità ed efficienza dei materiali.
In questo stesso quadro entra anche il divieto di distruggere prodotti invenduti a partire da abbigliamento e calzature. Il divieto scatterà dal 19 luglio 2026 per le grandi imprese e dal 2030 per quelle di medie dimensioni. Accanto al divieto arriva un obbligo di trasparenza: le aziende dovranno rendere pubbliche quantità, destinazione e modalità di gestione degli invenduti. Un passaggio importante, perché rende visibile un dato finora rimasto quasi sempre interno alle aziende. A questo si aggiunge passaporto digitale di prodotto, che accompagnerà i capi lungo tutto il loro ciclo di vita, rendendo accessibili informazioni su materiali, origine, riparabilità e riciclabilità. Per il tessile sarà uno strumento decisivo per costruire una filiera più tracciabile e circolare. In un settore dove la durata di vita di un prodotto sta diventando una misura del suo valore.
