Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
Scopri di più sull'ASviS per l'Agenda 2030

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Notizie

Il paradosso della caccia sportiva in Africa: uccidere per conservare la specie

In Mozambico, Sudafrica e altri Stati gli introiti delle battute di caccia private vengono devoluti ai progetti di conservazione. Ma questo sistema legittima una pratica brutale e consolida la dipendenza del continente da élite straniere. C’è bisogno di un’alternativa. 8/05/26

venerdì 8 maggio 2026
Tempo di lettura: min

Puoi cacciare gli animali, ma devi pagare per farlo. E pagando li proteggi. Questo è il paradosso attorno a cui ruota il mercato della caccia sportiva alle specie in via di estinzione, un fenomeno strutturato e redditizio a cui il Guardian ha dedicato un interessante reportage.

Ogni anno, i clienti dell'industria della caccia ai trofei causano la morte di decine di migliaia di animali selvatici in tutto il mondo, specialmente nell’Africa subsahariana. Solo che i cacciatori stessi – nella maggior parte dei casi uomini bianchi molto ricchi – sono i più grandi finanziatori delle riserve protette e dei progetti di conservazione su vasta scala.

Nel 2014, per esempio, l'erede petrolifero texano Corey Knowlton ha pagato 350mila dollari per uccidere un rinoceronte nero, specie considerata “in pericolo critico di estinzione”, in Namibia. Si è aggiudicato l'asta del Dallas Safari Club, organizzata con l'obiettivo di raccogliere fondi per la conservazione delle specie in Africa. In seguito, Knowlton ha dichiarato ai media di aver ricevuto minacce di morte, ma di aver portato a termine la caccia senza rimorsi: “Ho sentito fin dal primo giorno che stavo facendo del bene al rinoceronte nero”. Gli sforzi di conservazione, ha detto sono costosi, e ci vogliono soldi per mantenerli in vita. “Sono assolutamente determinato a proteggere questo animale”.

I cacciatori devono infatti disporre di grandi quantità di denaro per fare anche una sola volta nella vita un’esperienza simile. Il costo base per la caccia al bisonte è di 2.150 dollari al giorno, per un minimo di 10 giorni. A questo si deve aggiungere il noleggio dell’aereo (5.500 dollari) e i permessi di caccia (mille dollari a persona) e altre tasse. Il tutto per dormire dentro tende spartane (anche se dotate di servizi igienici con impianto idraulico protetto da pareti di bambù) e sentirsi Hernest Hemingway almeno per un giorno, rischiando alcune volte anche di perdere la vita.  

In Mozambico, come in molti altri Paesi africani, quando si spara a un animale bisogna inoltre pagare una somma prestabilita, una sorta di tassa. Questo è l’esempio di un listino prezzi di una guida privata: impala (600 dollari) e facoceri (700 dollari) sono le opzioni più economiche. Cacciare un coccodrillo o ippopotamo costa 5.800 dollari, mentre un leopardo – attualmente classificato come “vulnerabile” dall'Unione internazionale per la conservazione della natura – costa 11.650 dollari. Un leone? 25mila dollari. Nella riserva nazionale di Niassa (la più grande area protetta del Mozambico) vengono cacciati quattro leoni all’anno, una percentuale stimata tra il 2% e il 4% della popolazione locale.

I cacciatori professionisti o amatoriali preferiscono riserve come Niassa perché sono vaste e gli animali possono muoversi liberamente, dando l’illusione che si stia giocando una battaglia ad armi pari (anche se solo uno dei due contendenti ha deciso di giocare). Al contrario, la “caccia in recinti”, dove gli animali vengono allevati scientemente per essere uccisi, sono considerate una competizione scorretta.

La domanda sorge spontanea: è veramente l’unica opzione percorribile? Ovviamente no. Una grossa fetta di ambientalisti si scaglia contro l’uccisione di animali selvatici a scopo sportivo sostenendo che, oltre a legittimare attraverso i fondi per la conservazione la pratica barbara di uccidere per il solo gusto di farlo, questo sistema consolida la dipendenza e la sottomissione africana a un'élite straniera (il giro d’affari per i Paesi africani è enorme). La presenza di queste riserve ha anche sradicato abitudini e culture secolari delle popolazioni locali – per esempio, agli abitanti del villaggio della riserva speciale di Niassa è stato vietato di cacciare – per conservare le specie e destinarne parte alla caccia sportiva.  

L’aspetto abbastanza sconvolgente è che questo sistema sembra funzionare. La popolazione di leoni nella riserva speciale di Niassa, stimata tra gli 800 e i 1.200 esemplari, è una delle poche in Africa ancora in crescita. In Sudafrica, patria della caccia sportiva, le popolazioni di selvaggina sono passate da 500mila esemplari nel 1964 a oltre 20 milioni (e più di due terzi di questi animali si trova in riserve private). Il Kenya invece, che ha vietato la caccia nel 1977, ha registrato un calo drastico della popolazione animale.

Trovare un’alternativa, a maggior ragione, sembra quantomai cruciale.

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