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I robot possono salvare il pianeta, ma quasi nessuno li progetta per farlo
La robotica cresce a ritmo esponenziale grazie all’AI, ma la sostenibilità resta assente nella ricerca. Uno studio su 50mila articoli rivela un paradosso che riguarda il futuro di città, lavoro, ambiente e disuguaglianze. 5/06/26
Nei video che circolano online i robot aprono porte, preparano caffè, assistono anziani, trasportano merci nei magazzini e imparano a muoversi accanto alle persone. Alcuni sembrano ancora prototipi lontani dalla vita quotidiana. Altri stanno già entrando nelle fabbriche, negli ospedali e nelle case. La corsa alla robotica, alimentata dall’intelligenza artificiale (AI), sta accelerando ovunque. Ma c’è una domanda che continua a restare ai margini del dibattito: chi sta pensando davvero agli effetti ambientali e sociali di questa trasformazione? Partendo da questa domanda lo studio “The sustainability gap in robotics” realizzato dalla Cornell University ha analizzato quasi 50mila articoli scientifici pubblicati tra il 2015 e l’inizio del 2026 nella categoria robotica, e il risultato racconta un divario profondo tra il potenziale della robotica e l’attenzione concreta alla sostenibilità. Solo il 7,4% degli articoli cita esplicitamente impatti sociali o ambientali, mentre appena il 4,3% dichiara una motivazione legata alla sostenibilità. I riferimenti diretti agli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu sono quasi inesistenti: appena lo 0,07% dei paper analizzati.
Crescita esponenziale degli articoli sulla robotica
La sostenibilità fuori dalla corsa tecnologica
Il lato più interessante dello studio non è soltanto la scarsità di riferimenti alla sostenibilità, è il contrasto tra la velocità con cui cresce la robotica e la lentezza con cui il settore sembra interrogarsi sulle conseguenze di quella crescita. In poco più di dieci anni i paper pubblicati nella categoria robotica sono passati da circa 80 articoli trimestrali nel 2015 a oltre 3.100 nel primo trimestre del 2026. Ogni mese migliaia di nuove ricerche immaginano robot più autonomi, più intelligenti e sempre più presenti nella vita quotidiana. Robot pensati per la logistica, per l’industria, per l’assistenza sanitaria, per l’agricoltura o per la gestione delle città. Eppure, dentro questa espansione, la sostenibilità continua a occupare uno spazio minuscolo. Secondo gli autori, il settore vive una sorta di “sostenibilità accidentale”: molte tecnologie potrebbero teoricamente contribuire agli Obiettivi dell’Agenda 2030, ma quasi mai vengono progettate o raccontate partendo esplicitamente da quei traguardi.
La robotica può aiutare a ottimizzare i consumi energetici, ridurre sprechi, monitorare ecosistemi, migliorare la sicurezza sul lavoro o sostenere una sanità più efficiente. Ma può anche aumentare il consumo di risorse, accelerare la produzione di rifiuti elettronici, amplificare disuguaglianze e rendere ancora più energivori alcuni sistemi industriali.
Dalle fabbriche alle case: chi decide la direzione?
Negli ultimi anni la ricerca si è spostata sempre più verso sistemi collaborativi e umanoidi capaci di assistere persone anziane, svolgere attività domestiche o operare accanto agli esseri umani. Parallelamente, l’integrazione con modelli di intelligenza artificiale avanzati sta aumentando le capacità cognitive delle macchine, rendendo plausibili scenari che fino a pochi anni fa appartenevano quasi esclusivamente alla fantascienza. In questo scenario, sostengono i ricercatori, non basta più sviluppare innovazione semplicemente perché è possibile farlo. Diventa necessario chiedersi quali tecnologie aiutino davvero ad affrontare crisi climatiche, sociali e ambientali, e quali invece rischino di aggravare squilibri già esistenti.
La sfida di una robotica “intenzionale”
Per questo gli autori propongono un cambio di approccio: inserire nei paper valutazioni sugli impatti ambientali e sociali, collegare esplicitamente le ricerche agli SDGs, incentivare pratiche open source e spingere conferenze e istituzioni scientifiche a integrare criteri di sostenibilità nei processi di valutazione. L’idea di fondo è semplice ma radicale: la sostenibilità non dovrebbe essere una conseguenza eventuale dell’innovazione tecnologica, ma una scelta progettuale esplicita. Per anni il dibattito sulla robotica si è concentrato soprattutto su ciò che le macchine saranno capaci di fare. Lo studio suggerisce una domanda diversa, forse più urgente: per quale tipo di società le stiamo costruendo? Perché nei prossimi anni queste tecnologie entreranno nelle città, nelle fabbriche, nella logistica, nella sanità e nell’assistenza domestica. Consumeranno energia, utilizzeranno materiali, trasformeranno lavori e relazioni sociali. Se la sostenibilità continuerà a restare marginale già nella fase della ricerca, il rischio è che la robotica finisca per accelerare problemi che dovrebbe invece contribuire a risolvere.

