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Obiettori di coscienza, il diritto di dire no nell’Europa che si riarma
Il nuovo Rapporto dell’Ufficio Europeo per l'Obiezione di Coscienza racconta le storie e le difficoltà di chi continua a rivendicare il diritto di dire no alle armi. 08/06/26
In molte capitali europee si torna a parlare di leva obbligatoria. I governi aumentano le spese militari, le industrie della difesa crescono, il riarmo è entrato stabilmente nel linguaggio della politica europea. Dopo anni in cui il tema sembrava appartenere al passato, la guerra è tornata a occupare il centro del dibattito pubblico. Eppure c’è ancora chi continua a compiere una scelta opposta: rifiutare le armi. Non per paura e per fuga, ma per convinzione morale, religiosa o politica. Il Rapporto “Conscientious objection to military service in Europe 2025” dell’Ufficio europeo per l'obiezione di coscienza, Ebco, racconta un’Europa dove il diritto all’obiezione di coscienza torna improvvisamente fragile. Un continente nel quale, accanto ai discorsi sulla deterrenza e sulla sicurezza, cresce anche la pressione su chi sceglie di non partecipare alla guerra. Il documento raccoglie casi provenienti da decine di Paesi europei e descrive un clima segnato da criminalizzazione, molestie amministrative e stigmatizzazione sociale nei confronti di obiettori di coscienza, renitenti alla leva e disertori. In diversi Stati, sottolinea Ebco, il riconoscimento giuridico di questo diritto resta incompleto oppure viene progressivamente indebolito proprio mentre si riaprono i dibattiti sulla coscrizione obbligatoria.

Fig.1 Mappa degli Obiettori di coscienza
Le storie dietro il rapporto
Dietro le pagine del Rapporto non ci sono soltanto norme o sentenze, ma storie personali che attraversano frontiere, tribunali e conflitti armati. C’è il caso di Yurii Sheliazhenko, segretario esecutivo del Movimento pacifista ucraino, indicato nel documento come uno dei simboli del restringimento degli spazi di dissenso in tempo di guerra. Ci sono i giovani lituani che chiedono un servizio civile realmente indipendente dal sistema militare. E ci sono persone che lasciano il proprio Paese per evitare persecuzioni legate al rifiuto del servizio armato. Il Rapporto attraversa Armenia, Grecia, Russia, Ucraina, Lituania e altri Paesi europei, mostrando come il tema dell’obiezione di coscienza non riguardi più soltanto minoranze religiose o movimenti pacifisti, ma stia diventando uno dei punti di tensione dentro la nuova stagione geopolitica europea. In Ucraina, ad esempio, il dibattito si intreccia direttamente con la guerra e con le limitazioni imposte dalla legge marziale. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa specializzato in diritto costituzionale, democrazia e diritti fondamentali, ha ricordato che anche in tempo di guerra il diritto all’obiezione di coscienza non può essere cancellato e che nessun obiettore dovrebbe essere obbligato a portare armi, “nemmeno per autodifesa del Paese”. Una posizione che riporta il tema dentro una questione più ampia: fino a che punto una democrazia può comprimere le libertà individuali in nome della sicurezza?
Anche l’Italia compare nel Rapporto dedicato alla situazione europea dell’obiezione di coscienza. Pur non essendoci oggi la leva obbligatoria, il documento inserisce il Paese nel quadro del riarmo europeo: secondo i dati riportati, nel 2025 la spesa militare italiana avrebbe raggiunto i 48,1 miliardi di dollari, con un aumento del 20,1% rispetto all’anno precedente.
La pace come scelta politica
Nelle raccomandazioni finali, il Rapporto chiede agli Stati europei di abolire il servizio militare obbligatorio oppure, dove ancora presente, garantire un servizio civile alternativo che non sia punitivo né dipendente dalle strutture militari. L’organizzazione sollecita inoltre la fine del reclutamento di minori, maggiori investimenti sociali rispetto alla spesa militare e l’introduzione dell’educazione alla pace nei sistemi scolastici. Ma l’Ebco prova anche a spostare lo sguardo oltre il piano giuridico. La questione dell’obiezione di coscienza, infatti, viene presentata come parte di una riflessione più profonda sul modello di sicurezza che l’Europa vuole costruire nei prossimi anni. Per Daniele Taurino, presidente dell’Ebco, “il rifiuto di partecipare alla guerra non è solo un diritto tutelato, ma una condizione necessaria per costruire una pace giusta e duratura”. Il Rapporto arriva mentre il continente accelera sugli investimenti nella difesa e mentre la parola “riarmo” torna a occupare le prime pagine europee. Ma ricorda anche che, dentro questa trasformazione, continua a esistere un’altra Europa: quella di chi rivendica il diritto di non combattere.
