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La crescita economica è una strategia destinata al fallimento
Da Stiglitz a Piketty, lanciata una roadmap globale che mette in discussione la crescita del Pil e il capitalismo: povertà e crisi ecologica non sono inevitabili, sono il risultato di scelte economiche e politiche da ripensare. 16/06/26
“La povertà è un’invenzione e la crescita è destinata al fallimento”. Parole che non lasciano spazio a interpretazione quelle messe nere su bianco da sei famosi economisti - Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, Thomas Piketty, Kate Raworth e Jason Hickel – che, dalle colonne della rivista britannica The Guardian, lanciano una roadmap su un tema tanto discusso quanto inattuato: smettere di utilizzare la crescita del Pil come indicatore chiave per descrivere il benessere. Questa volta tutto è messo in relazione al fenomeno della povertà attraverso la New economies for eradicating poverty (Neep), iniziativa che intende costruire una nuova economia nel pieno rispetto dei diritti umani e di quei limiti planetari che il sistema capitalistico odierno “finge” di non vedere.
“Non si tratta di crisi separate. Sono sintomi di un modello economico giunto al capolinea. Povertà e disuguaglianza non sono casuali ma conseguenze prevedibili di scelte politiche - si legge sul Guardian -. Nel corso degli anni, mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari ristagnavano, il lavoro diventava più precario e i servizi pubblici venivano tagliati […]. È tutto diventato anche ecologicamente insostenibile: ci stiamo dirigendo verso una "Terra serra" (hothouse Earth), dove l'aumento delle emissioni e la perdita di biodiversità destabilizzano le condizioni che sostengono la vita umana. Circa il 92% delle emissioni globali di carbonio in eccesso è attribuibile al Nord del mondo, e il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di quasi la metà delle emissioni globali, mentre le persone in povertà sono le prime a subire i danni dei raccolti e l'aumento dei prezzi dei generi alimentari. Un modello economico che si basa su un'espansione infinita su un pianeta finito non è solo ingiusto, è pericoloso”.
La tabella di marcia per sradicare la povertà è stata elaborata su mandato del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani, Olivier De Schutter. La Roadmap ha potuto contare sul contributo di oltre 400 persone di diversa estrazione culturale, provenienti da ogni parte del mondo: dagli esperti delle agenzie Onu al personale di governi nazionali, da accademici alla società civile, fino a sindacati ed economisti. All’interno del documento troviamo una serie di proposte d’azione, ancorate alla realtà, che partono da evidenze ed esempi tangibili.
Il punto non è se crescere ma come e per chi
L’iniziativa lancia un potente messaggio. Un messaggio che punta a rompere lo schema che per decenni ha guidato le politiche economiche degli Stati, basate su tre capisaldi: crescita, tasse, trasferimenti. Il mondo economico e finanziario è stato costruito sull’idea che l’espansione del Pil, prima o poi, sarebbe stata capace di ridurre la povertà: non è così. Sebbene lo schema in passato abbia in parte funzionato, oggi il modello dominante fondato su estrazione intensiva, lavoro a basso costo, dipendenza dalle esportazioni e debito, sta producendo una serie di disastri che possono essere così riassunti: più disuguaglianze e più pressione sugli ecosistemi.
Il cambio di paradigma proposto dagli economisti apre a una riflessione profonda sulla qualità delle economie che stiamo costruendo: quanto sono compatibili con i punti di non ritorno? Per la Neep tutto è collegato, e il rispetto dei vincoli ambientali non può prescindere dal garantire un lavoro dignitoso e da salari equi. Per realizzarla, però, occorre rafforzare la rappresentanza sindacale e riconoscere il valore, spesso invisibile, del lavoro di cura. Significa poi investire nei servizi pubblici universali, dalle abitazioni ai trasporti, passando per la sanità e l’istruzione, così da spezzare il circolo vizioso della trasmissione intergenerazionale della povertà. E ancora: bisogna riportare sotto il controllo pubblico le risorse strategiche e orientare le risorse finanziarie per sostenere l’economia sociale che, a differenza del capitalismo contemporaneo, persegue finalità di interesse collettivo.
La riscrittura delle regole dell’economia globale deve essere fatta avendo in mente i principi di equità e redistribuzione. Non è più tollerabile continuare a organizzare produzione e lavoro nel Sud del mondo in funzione dei consumi del Nord, anziché dei bisogni locali. Una contraddizione così evidenziata: “ai governi dei Paesi a basso e medio reddito si chiede di fare di più contro la povertà, mentre operano dentro vincoli stringenti: sanzioni, accordi commerciali sbilanciati, scambi ineguali e un peso del debito che affonda le radici nella storia coloniale. Il risultato è evidente: circa 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che destinano più risorse alla copertura del debito che a sanità e istruzione. E sotto la pressione delle istituzioni finanziarie internazionali, la risposta resta spesso la stessa: tagli alla spesa sociale e compressione dei diritti del lavoro in nome della competitività. Nel frattempo, le catene globali del valore continuano a drenare lavoro e risorse al Sud invece che destinare quei soldi per sradicare la povertà estrema”.
In sostanza, la solidarietà internazionale non deve essere vista come una scelta opzionale, ma una responsabilità storica e politica da assumersi. Una consapevolezza che rende inevitabile introdurre il principio di giustizia nella ridefinizione del debito dei Paesi a basso reddito, insieme a un rafforzamento della cooperazione internazionale, dei finanziamenti climatici a carattere riparativo e dei sistemi universali di protezione sociale. La posta in gioco è chiara: restituire margini di sovranità decisionale, permettendo ai Paesi poveri di delineare autonomamente il proprio percorso, senza vincoli che ne limitino diritti e prospettive di sviluppo sostenibile.
Non si parte da zero
La Neep ricorda che in tutto il mondo, dalle comunità indigene ai movimenti femministi, dai sindacati alle reti per la giustizia climatica, sta prendendo forma un’alternativa concreta: modelli fondati sulla cura collettiva, sui diritti territoriali e su una diversa idea di benessere. A questi si affiancano nuove alleanze tra Stati e sperimentazioni istituzionali che vanno nella stessa direzione: politiche contro la povertà basate sui diritti, assemblee di cittadini, strumenti di creazione di ricchezza comunitaria. Anche le Nazioni Unite stanno esplorando indicatori “oltre il Pil” e nuove architetture di governance per contrastare il fenomeno della disuguaglianza.
È su questo crinale che prende forma la tabella di marcia elaborata: un tentativo esplicito di mettere a sistema e rafforzare pratiche già esistenti, dimostratesi efficaci e, soprattutto, replicabili su scala più ampia. L’ambizione è offrire un riferimento condiviso a chi respinge la narrazione secondo cui povertà e degrado ambientale rappresentino un costo inevitabile da pagare. “Pur non concordando su ogni dettaglio politico”, osservano infine gli economisti, “riteniamo necessario riprogettare le nostre economie affinché produzione, distribuzione e consumo siano orientati alla realizzazione dei diritti e al benessere collettivo entro i limiti del pianeta, anziché alla massimizzazione della produzione a qualsiasi costo. Chiediamo ai leader politici a tutti i livelli di utilizzarle, di ascoltare le persone più colpite e di considerare la fine della povertà, la riduzione delle disuguaglianze e l'effettiva realizzazione dei diritti umani come il parametro di riferimento per valutare le politiche economiche”. Perché in gioco c’è molto di più di quello che ci viene raccontato dal dibattito su questi temi. La povertà non è una condizione inevitabile dell’umanità ma l’esito di scelte economiche e politiche ben definite. È, in sostanza, un’invenzione.

