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L’acqua come arma: così Israele priva i palestinesi dei servizi idrici
Acqua contaminata o insufficiente, punti di distribuzione lontani o di difficile accesso: questa la situazione a Gaza dopo gli attacchi israeliani che hanno distrutto infrastrutture e impedito gli interventi umanitari. 17/06/26
Negli ultimi mesi l’attenzione mediatica su Gaza è calata drasticamente, ma nella Striscia si continua a morire. E non solo per i raid, ma anche e soprattutto per mancanza di cibo e acqua. A raccontarlo è Medici senza frontiere, organizzazione non governativa che opera in Palestina, attraverso il rapporto “L’acqua come arma: la distruzione e la privazione dei servizi idrici e igienico-sanitari a Gaza da parte di Israele.
Basandosi sui dati e testimonianze dirette raccolte sul campo, il documento descrive in dettaglio come la privazione dei servizi idrici e igienici, i cosiddetti “Wash” (water, sanification and hygiene) secondo l’acronimo inglese, sia il risultato di politiche deliberate e azioni sistematiche delle autorità israeliane e come tali misure stiano causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza.
L'utilizzo dell'accesso ai servizi idrici e igienico-sanitari come arma si concretizza attraverso tre meccanismi principali: la distruzione e gli attacchi alle infrastrutture; l'ostruzione dell'accesso umanitario a Gaza tramite lo sfollamento forzato e la negazione della libertà di movimento; e il blocco o il ritardo sistematico delle forniture essenziali.
Gli ostacoli all’accesso all’acqua potabile
La prima difficoltà riguarda l'ubicazione dei punti di accesso all'acqua, dal momento che le cisterne idriche comunitarie, riempite dalle autobotti, sono spesso troppo poche o lontane dai campi dove vivono gli sfollati. Questo porta automaticamente alla seconda difficoltà ovvero alla scarsa frequenza dell'accesso all’acqua, che è dovuta a sua volta al tempo necessario per raggiungere un punto di distribuzione: più tempo ci vuole per raggiungere l'acqua, meno probabile è che le persone riescano ad andarci abbastanza spesso e a riportarne a sufficienza. Un’altra difficoltà consiste nel trasportare i pesanti contenitori fino alle tende o ai rifugi. Questo è fisicamente estenuante, soprattutto per le persone ferite, malate o disabili, e per i bambini molto piccoli, i fragili o gli anziani. Ma anche quando si riesce, manca la capacità di stoccaggio perché non ci sono abbastanza taniche e serbatoi d'acqua, portando la frequenza di accesso all’acqua a una o due volte a settimana. Anche comprare l'acqua è diventato inaccessibile perché ha visto un aumento del 500%, insostenibile per la maggior parte delle persone che ha perso lavoro e risparmi.

Distruzione e danneggiamento di infrastrutture e attrezzature chiave
Le operazioni militari israeliane hanno distrutto o reso inaccessibili la maggior parte delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie. Secondo la Banca Mondiale, l'Unione Europea e le Nazioni Unite, si parla dell’89% delle infrastrutture. Anche i camion cisterna e i pozzi di Medici Senza Frontiere sono stati presi di mira, limitando la capacità dell’organizzazione umanitaria di fornire acqua alla popolazione di Gaza.
Nella Striscia non c'è acqua dolce di origine naturale, ma solo acqua di falda, accessibile tramite la perforazione di pozzi, e l’acqua di mare, peraltro sempre più contaminata dagli scarichi di acque reflue, dato che sistemi fognari sono collassati. Per rendere potabile l'acqua salata, è necessario desalinizzarla ma per funzionare, gli impianti deputati a questo processo necessitano di attrezzature specifiche, la cui fornitura è ostacolata dalle truppe israeliane, mentre alcuni impianti sono stati distrutti. Anche l'acqua dei pozzi non è adatta al consumo diretto, a causa dell'elevata salinità e/o della contaminazione.
Inoltre molte reti di distribuzione sono state distrutte e quelle rimaste spesso sono state infiltrate da liquami. Alcuni danni non possono essere riparati perché si trovano in aree ancora controllate dalle forze israeliane; altri possono essere riparati, ma potrebbero volerci settimane o mesi prima che l'esercito israeliano conceda l'autorizzazione ad accedervi.
Non solo la distribuzione, ma anche la capacità di produzione e riparazione idrica di Gaza è stata gravemente compromessa. Prima della guerra, Gaza aveva un'industria ben sviluppata in grado di produrre serbatoi d'acqua e assemblare componenti necessari per i sistemi di osmosi inversa, il processo che porta alla desalinizzazione. Tuttavia, molti magazzini che contenevano componenti per i sistemi idrici sono stati bombardati.

Gli impatti sulla popolazione
Le principali patologie che le équipe di Medici senza frontiere riscontrano tra la popolazione sono le infezioni respiratorie, le malattie della pelle e le malattie diarroiche. Queste ultime sono notoriamente legate alla mancanza di acqua e sapone, poiché le persone sono costrette a consumare e utilizzare acqua contaminata, e a lavarsi le mani e gli oggetti meno frequentemente e senza i prodotti adeguati. Di conseguenza anche le ferite e le affezioni cutanee possono infettarsi facilmente, mentre il fumo dei fuochi accesi per cucinare e riscaldarsi irrita le vie respiratorie, tanto più che le persone spesso ricorrono all'incenerimento dei rifiuti. Queste condizioni stanno inoltre avendo un forte impatto sulla salute mentale della popolazione. Senza considerare l’impatto sulla dignità personale, dovuto alla mancanza totale di privacy, all’essere costrette – per le donne – a condividere docce promiscue con teli che non coprono a sufficienza il loro corpo, al non avere uno spazio per spogliarsi, oppure più in generale al disagio di dover aspettare più di un'ora per un bagno in comune o di dover condividere una latrina improvvisata con degli sconosciuti. La situazione è ancora peggiore per gli anziani e le persone con disabilità che non possono usare il bagno da soli, mentre per le donne un ulteriore elemento di disagio è rappresentato dal ciclo e dalla difficoltà di procurarsi assorbenti.
L’appello di Medici senza Frontiere alla comunità internazionale
L’organizzazione non governativa, alla luce di questa disastrosa situazione, ha lanciato un appello rivolto a Israele e a tutti i Paesi della comunità internazionale affinché facciano pressione, con tutte le leve economiche e legalitarie possibili e chiedano alle autorità israeliane di consentire l'accesso dei palestinesi all'acqua, rispettino il diritto internazionale, cessino ogni tipo di violenza strutturale contro la popolazione e che, in quanto potenza occupante, garantiscano che la popolazione di Gaza abbia un accesso sufficiente e dignitoso ai servizi igienico-sanitari e all’assistenza umanitaria in generale.
