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Agenda 2030: in Italia aumentano i poveri e diminuiscono le competenze giovanili
Il nuovo Rapporto SDGs dell'Istat racconta un Paese nel quale il 51% degli indicatori migliora, ma povertà, istruzione e istituzioni arretrano. Sugli Obiettivi ambientali il Mezzogiorno fa meglio delle regioni del Nord. 19/07/26
Quando l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò l'Agenda 2030, il traguardo sembrava così lontano da consentire ai Paesi di avere il tempo di cambiare rotta. Quindici anni apparivano un tempo sufficiente per ridurre la povertà, rafforzare l'istruzione, accelerare la transizione energetica e rendere le città più sostenibili. Oggi, a quattro anni dal traguardo, il nuovo Rapporto SDGs 2026 dell'Istat restituisce l'immagine di un'Italia che non sta percorrendo quella strada con un'unica andatura, ma con velocità molto diverse. C'è un'Italia che accelera, una che procede lentamente e ce n'è un'altra che, mentre il traguardo si avvicina, sembra addirittura arretrare.

L'Italia che migliora
La buona notizia è che oltre la metà degli indicatori osservati dall'Istat mostra segnali di miglioramento. Nell'ultimo anno il 51% delle 243 misure statistiche considerate registra un avanzamento, mentre il 24% peggiora e il resto rimane fermo. L'Italia che corre più velocemente è quella delle partnership, delle energie rinnovabili, della riduzione delle disuguaglianze economiche, dell'innovazione e della parità di genere. Il nostro Paese investe nella transizione energetica, aumenta il peso delle fonti rinnovabili e riesce a ridurre almeno una parte delle distanze nella distribuzione dei redditi. Guardando all’Europa, l’Italia continua a distinguersi nei modelli di consumo e produzione responsabili, nell'energia e in alcuni aspetti dell'equità sociale.
L'Italia che rallenta
Esiste poi un'altra Italia. Quella delle grandi questioni ambientali che sembrano sospese in una lunga corsia di sorpasso che non arriva mai. Nel Goal dedicato alla biodiversità terrestre, oltre tre quarti degli indicatori rimangono sostanzialmente stabili. Situazioni simili si osservano anche per gli obiettivi dedicati all'acqua e agli ecosistemi marini. Mentre il cambiamento climatico continua a produrre effetti sempre più evidenti, molte delle risposte necessarie procedono con una velocità insufficiente rispetto alla rapidità con cui stanno cambiando i fenomeni che dovrebbero contrastare.
L'Italia che perde terreno
Poi c'è l'Italia che preoccupa di più. È quella nella quale aumentano le persone in condizioni di povertà e di deprivazione economica; è quella nella quale diminuisce la presenza di giovani e donne nelle istituzioni rappresentative; è quella nella quale peggiorano le competenze degli studenti e si riduce la quota di laureati. Sono questi gli indicatori che raccontano il rischio più grande per il futuro del Paese, perché una società può rallentare nella transizione energetica e recuperare parte del ritardo con investimenti e innovazione, ma è molto più difficile recuperare terreno quando si indeboliscono istruzione, partecipazione democratica e opportunità sociali.

Non c’è una sola Italia
La stessa differenza di velocità emerge osservando la geografia del Paese. Nelle dimensioni legate a reddito, lavoro e opportunità economiche il tradizionale divario tra Nord e Mezzogiorno continua a essere evidente. Campania, Calabria e Sicilia presentano alcune delle maggiori fragilità sul fronte della povertà e delle disuguaglianze, mentre molte regioni settentrionali mostrano risultati superiori alla media nazionale. Al contrario, la mappa della sostenibilità racconta una storia diversa da quella abituale, con il Mezzogiorno che prevale rispetto al Nord sugli Obiettivi ambientali dedicati alla tutela degli ecosistemi terrestri e marini. La parte più interessante del Rapporto, però, riguarda il lungo periodo. Negli ultimi 10 anni il 53,8% delle misure mostra un miglioramento, l'11,3% un peggioramento ma nel 34,8% dei casi non è possibile individuare una direzione precisa, perché miglioramenti e peggioramenti si sono alternati nel tempo. È il segnale della difficoltà che accompagna il Paese da anni: riuscire a trasformare i progressi in cambiamenti permanenti. Ora che il 2030 non è più un orizzonte lontano, ma coincide con il prossimo ciclo economico, industriale e politico del Paese, la sfida dei prossimi quattro anni potrebbe non essere tanto quella di correre più velocemente, ma quella di riuscire finalmente a correre tutti nella stessa direzione.
