Notizie
Italia: occupazione record al 62,8% ma donne e giovani restano indietro
La nuova scheda Ocse sull'Italia registra disoccupazione al minimo storico, ma evidenzia forti divari territoriali e salari reali. I rincari dell’energia hanno spinto l’inflazione e frenato la crescita dei salari reali. 15/09/26
Il mercato del lavoro italiano continua a migliorare, con l’occupazione ai massimi e la disoccupazione ai minimi storici. Restano però forti distanze rispetto agli altri Paesi Ocse e persistono criticità nei salari e nelle opportunità di lavoro tra i diversi territori.
È quanto emerge da Prospettive dell’Ocse sull’occupazione 2026: Italia, la nuova scheda Paese elaborata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Ocse, nell’ambito dell’Oecd employment outlook 2026.
Le schede nazionali analizzano l’andamento dei mercati del lavoro dei Paesi membri e l’edizione di quest’anno dedica particolare attenzione alle disparità geografiche in termini di posti di lavoro e redditi.
Occupazione ai massimi, resta il divario con gli altri Paesi Ocse
A maggio 2026 il tasso di disoccupazione italiano è sceso al 5%, sostanzialmente in linea con la media Ocse del 4,9%. In un anno la diminuzione è stata di 1,5 punti percentuali, un andamento che distingue l’Italia dal quadro generale: in circa due terzi dei Paesi Ocse la disoccupazione è aumentata. Insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, l’Italia rientra nel gruppo di Paesi dell’Europa meridionale dove il calo è proseguito.
Anche l’occupazione ha raggiunto un massimo storico. Nel primo trimestre del 2026 il tasso è arrivato al 62,8%, grazie alla forte crescita registrata nei due anni precedenti. La distanza dalla media Ocse, pari al 72,1%, resta però considerevole: 9,3 punti percentuali, con differenze particolarmente marcate per le donne e per i giovani.
Nell’ultimo anno la crescita del tasso di occupazione ha rallentato, mentre altri Paesi dell’Europa meridionale hanno mantenuto un ritmo più sostenuto. Restano poi alcune difficoltà nel reperimento di personale. Le carenze si sono attenuate rispetto ai livelli record precedenti alla pandemia, ma l’Ocse individua alcuni fattori strutturali destinati a incidere nel tempo: invecchiamento della popolazione, trasformazione digitale, transizione verde e scarsa qualità del lavoro in alcuni settori.
Il luogo in cui si vive pesa sulle opportunità di lavoro
La geografia del lavoro rappresenta uno dei punti centrali dell’analisi. In oltre la metà dei Paesi Ocse, tra le diverse province si registrano differenze superiori a 20 punti percentuali nei tassi di occupazione. Secondo l’Organizzazione, questi divari riflettono anche la diversa capacità dei territori di offrire opportunità economiche e finiscono per tradursi in differenze negli standard di vita.
In Italia le differenze tra territori restano molto ampie: nelle province con maggiori difficoltà la disoccupazione è oltre quattro volte più alta rispetto alle province con i risultati migliori. Nella media Ocse è circa il doppio.
La distanza si è comunque ridotta negli ultimi anni. Dall’inizio degli anni Dieci, le differenze territoriali nell’occupazione sono diminuite del 10,4%, grazie soprattutto al miglioramento delle aree che partivano dai livelli più bassi.
Gli spostamenti dei lavoratori tra le regioni riducono poco questi divari. Chi lascia le aree con meno occupazione è in media più giovane, più istruito e più spesso occupato rispetto a chi rimane. Secondo l’Ocse, questo fenomeno rischia di aumentare le differenze territoriali, perché sono proprio le aree più in difficoltà a perdere giovani e persone qualificate.
Salari reali ancora del 6,1% sotto i livelli del 2021
Sul fronte dei salari, il recupero resta lento. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani sono cresciuti dell’1,3% rispetto all’anno precedente, grazie soprattutto alla bassa inflazione. Rimangono però inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più ampio tra le grandi economie dell’area Ocse.

I recenti rincari dell’energia hanno però spinto nuovamente l’inflazione e frenato la crescita dei salari reali. Per l’Italia l’Ocse prevede una diminuzione dello 0,9% nel 2026 e una crescita di appena lo 0,2% nel 2027. A pesare sono anche i pochi rinnovi dei contratti collettivi previsti per il 2027 e il rallentamento del mercato del lavoro.
Crescono le clausole che limitano la mobilità tra imprese
La scheda dedica infine un approfondimento alle clausole di non concorrenza, che impediscono o limitano a un lavoratore la possibilità di passare a un’impresa concorrente o di avviare un’attività nello stesso settore dopo la fine del rapporto di lavoro. Nel 2025 queste clausole interessavano circa il 30% dei lavoratori nell’area Ocse e si stanno diffondendo anche al di fuori delle professioni altamente specializzate. In Italia riguardano, secondo i datori di lavoro intervistati, tra il 7% e il 18% dei dipendenti del settore privato, una quota inferiore alla media Ocse del 20-30%, ma in crescita.

Secondo l’Ocse, una diffusione eccessiva di queste clausole può rendere più difficile cambiare lavoro, frenare la crescita dei salari e limitare lo scambio di competenze e conoscenze tra le imprese, con possibili effetti anche sulla produttività. La scheda segnala infine un altro fenomeno: circa il 30% delle imprese italiane intervistate dichiara di conoscere, nel proprio settore, accordi tra aziende per evitare di assumere reciprocamente i dipendenti o per fissare i salari. Nei Paesi coinvolti nell’indagine la quota media arriva al 48%.
