Rubrica: #UnescoSostenibile
Aquileia: innovare senza alterare
In un sistema patrimoniale in cui dimensione archeologica, religiosa e paesaggistica risultano intrecciate, innovazione e conservazione devono trovare un equilibrio. Tra i progetti un campus per studenti nell’ex caserma dei Carabinieri. 20/03/26
Intervista a Emanuele Zorino, sindaco di Aquileia, Roberto Corciulo, presidente, e Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia, ente gestore del sito Unesco. A cura di Annateresa Rondinella – Cattedra Unesco in Comunità energetiche sostenibili, Università di Pisa.
“La sfida più grande è coniugare tutela, valorizzazione e innovazione, garantendo la sostenibilità di un paesaggio ancora in larga parte intatto”. Con queste parole il sindaco di Aquileia, Emanuele Zorino, sintetizza la complessità che caratterizza la gestione di uno dei siti Unesco più delicati e stratificati del panorama europeo. A questa visione si affianca quella del presidente della Fondazione Aquileia, Roberto Corciulo, che richiama la natura sistemica del sito e la necessità di un equilibrio costante tra conservazione e sviluppo, sottolineando come “Aquileia rappresenti non solo un patrimonio archeologico di valore eccezionale, ma anche un contesto territoriale vivo, in cui la qualità ambientale, il paesaggio e l’identità storica costituiscono elementi inscindibili”. Iscritta nella Lista del Patrimonio mondiale nel 1998, Aquileia rappresenta infatti un caso emblematico in cui la transizione energetica si confronta con un sistema patrimoniale di eccezionale valore universale, in cui dimensione archeologica, religiosa e paesaggistica risultano profondamente intrecciate.
L’eccezionalità del sito risiede nella straordinaria estensione e leggibilità della sua area archeologica, che consente ancora oggi di riconoscere con chiarezza l’impianto urbano di una delle più importanti città dell’Impero romano. Non si tratta di un insieme isolato di monumenti, ma di un sistema complesso che restituisce il ruolo di Aquileia come crocevia strategico tra il Mediterraneo e l’Europa centro-orientale. Il porto fluviale, tra i meglio conservati del mondo romano, testimonia la centralità della città nei traffici commerciali, mentre i resti del foro, delle infrastrutture urbane e delle domus con pavimenti musivi contribuiscono a delineare la ricchezza della vita urbana. A queste evidenze si affiancano le necropoli lungo gli assi viari e la rete di strade che connettevano Aquileia ai principali itinerari europei, restituendo un paesaggio storico ancora leggibile nella sua continuità territoriale. In questo contesto, la Basilica patriarcale rappresenta il fulcro simbolico del sito, custodendo uno dei più estesi cicli musivi paleocristiani del mondo. È proprio questa stratificazione a rendere Aquileia un sistema unitario, la cui tutela implica necessariamente una visione integrata.

Questa complessità si riflette nella struttura di governance, che si configura come un modello multilivello in cui la Fondazione Aquileia svolge un ruolo centrale di coordinamento, in stretta relazione con il Ministero della Cultura, il Comune, la Basilica e il Museo Archeologico Nazionale. La Fondazione è responsabile della redazione e dell’aggiornamento del Piano di gestione Unesco, nel quale confluiscono le azioni dei diversi soggetti coinvolti. “La gestione di un sito storico-archeologico come Aquileia richiede un equilibrio costante tra tutela, ricerca e sviluppo del territorio”, sottolinea il direttore Cristiano Tiussi evidenziando come ogni scelta debba necessariamente confrontarsi con un sistema articolato di vincoli e responsabilità condivise.
In questo quadro, la transizione energetica si configura non come un processo lineare, ma come un campo di sperimentazione in cui innovazione e conservazione devono continuamente negoziare un punto di equilibrio. I vincoli di tutela, che impediscono interventi invasivi come l’installazione di impianti fotovoltaici nelle aree archeologiche o sugli edifici storici, hanno orientato le strategie verso soluzioni compatibili e progressive. Tra queste, assume particolare rilievo il percorso di efficientamento energetico che coinvolge sia gli edifici istituzionali sia le aree archeologiche, con la progressiva introduzione di sistemi di illuminazione a Led e interventi di miglioramento delle prestazioni energetiche autorizzati dalla Soprintendenza. A ciò si affianca l’adozione di strumenti avanzati di gestione come l’Hbim, che consente di integrare manutenzione, monitoraggio e gestione degli impianti in un’unica piattaforma digitale, rafforzando l’efficacia delle politiche di conservazione programmata.
Accanto a queste azioni diffuse, stanno emergendo progetti più innovativi che testimoniano una crescente capacità di sperimentazione. Tra questi, la realizzazione di un campus per studenti e studiosi nell’ex caserma dei Carabinieri rappresenta un intervento particolarmente significativo: l’edificio, non soggetto a vincoli storico-monumentali, è concepito per essere completamente autosufficiente dal punto di vista energetico, configurandosi come un modello replicabile di integrazione tra sostenibilità, ricerca e formazione. Parallelamente, è in corso, in collaborazione con il Comune, un percorso volto alla costituzione di una comunità energetica rinnovabile, che potrebbe rappresentare un importante strumento di coinvolgimento del territorio e di redistribuzione dei benefici della transizione energetica.

Il percorso, tuttavia, non è privo di tensioni. Emblematico è il caso del progetto di impianto fotovoltaico su larga scala previsto in prossimità della core zone Unesco, rispetto al quale Fondazione, Comune e Soprintendenza hanno espresso una posizione di netta opposizione. Il rischio, evidenziato dagli enti coinvolti, è quello di una competizione tra le esigenze della transizione energetica e la tutela di un paesaggio culturale di valore universale, in assenza di un quadro normativo pienamente capace di governare tali conflitti. Questo episodio evidenzia come la sostenibilità, in contesti ad alta densità patrimoniale, richieda strumenti più sofisticati di pianificazione e valutazione.
A rendere ancora più complesso il quadro interviene la crescente esposizione del sito agli effetti del cambiamento climatico. Come sottolinea il direttore della Fondazione Aquileia, Cristiano Tiussi, “Aquileia è oggi considerata un’area a rischio, sia per la sua posizione altimetrica — circa tre metri sul livello del mare — sia per l’aumento della frequenza di eventi meteorologici estremi e per la risalita della falda”. In risposta a queste criticità, sono state attivate importanti collaborazioni con l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente del Friuli Venezia Giulia e con il Consorzio di Bonifica Pianura Friulana, che gestisce un sistema complesso di argini e impianti idrovori. Le strategie di adattamento includono soluzioni innovative come le coperture leggere per la protezione dei mosaici, progettate per resistere a fenomeni sempre più intensi, come le grandinate.

In questa prospettiva, Aquileia si inserisce anche in reti di cooperazione internazionale, come la Rotta dei Fenici, itinerario culturale del Consiglio d’Europa, all’interno del quale è stato istituito un osservatorio dedicato al rapporto tra cambiamenti climatici e patrimonio culturale. Questo consente di condividere esperienze e sviluppare approcci comuni con altri siti caratterizzati da vulnerabilità analoghe. Nel complesso, l’esperienza di Aquileia evidenzia che la sfida non è tanto adattare il patrimonio alle esigenze della transizione, quanto ripensare la transizione stessa alla luce dei valori culturali e paesaggistici che tali contesti esprimono. “Il patrimonio non deve costituire un freno alla transizione, ma deve saper cogliere le opportunità offerte dall’innovazione, trovando un punto di equilibrio tra tutela e sviluppo senza compromettere l’identità dei luoghi”, osserva il presidente della Fondazione Aquileia, Roberto Corciulo.
