Rubrica: #UnescoSostenibile
La fabbrica della felicità: Ivrea, dall’utopia olivettiana alla governance condivisa
Nell’“officina del futuro” il modello di Olivetti integra impresa, cultura e comunità, intrecciando produzione e coesione sociale. Oggi, Piano di Gestione, Heritage Impact Assessment e Piano Strategico guidano una governance condivisa.
Intervista al sindaco di Ivrea Matteo Chiantore e al site manager del sito Unesco Filippo Ghisi. A cura di Annateresa Rondinella – Cattedra Unesco in Comunità energetiche sostenibili, Università di Pisa.
Ci sono luoghi in cui l’utopia non è rimasta un’idea, ma ha preso forma nello spazio. Non come visione astratta, ma come progetto concreto di società, capace di coinvolgere architetti, urbanisti, economisti, sociologi, scrittori. Nel corso del Novecento europeo, Ivrea è stata uno di questi luoghi, in cui la relazione tra impresa, cultura e comunità è stata pensata e costruita come sistema unitario, attirando attorno a sé alcune delle più alte espressioni dell’intelligenza progettuale del tempo. “La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”. È dentro questo progetto, espresso da Adriano Olivetti, che prende forma l’esperienza della “Olivetti”, trasformando Ivrea in un caso unico di città industriale in cui la fabbrica diventa infrastruttura sociale e la produzione si intreccia con la costruzione della comunità. È questa idea di città, più che la singola qualità architettonica, ad aver portato nel 2018 al riconoscimento Unesco del sito “Ivrea città industriale del 20esimo secolo”, che ne ha sancito il valore universale per la capacità di connettere lavoro, vita quotidiana, produzione e cultura, dando origine a un modello urbano capace di rappresentare una delle forme più compiute di città industriale del Novecento.
La dimensione sociale è il cuore del riconoscimento Unesco e costituisce ancora oggi la chiave per leggere il sito, ma è proprio qui che emerge la sua principale complessità contemporanea: il modello unitario del 20esimo secolo si confronta con una realtà radicalmente diversa, in cui, come sottolinea il site manager Filippo Ghisi “il patrimonio si estende su 52 ettari e comprende 24 gruppi di edifici appartenenti a oltre 300 proprietari, tra soggetti privati, imprese e fondi di investimento”. Il Comune, pur essendo l’ente gestore del sito, possiede un solo edificio simbolico, l’asilo nido intitolato ad Adriano Olivetti e si trova quindi ad operare non attraverso una gestione diretta, ma mediante strategie di coordinamento e promozione della coesione comunitaria.

Per governare questa struttura composita, il sito si è dotato di strumenti che traducono la visione in indirizzi operativi: il Piano di Gestione, l’Heritage Impact Assessment e il Piano Strategico di Conservazione, attualmente in fase di definizione e aggiornamento. In questo quadro, le questioni climatiche entrano nei processi decisionali, perché incidono direttamente sul patrimonio: dall’usura dei materiali – cemento, acciaio e superfici vetrate – alle variazioni di umidità, fino agli effetti degli eventi estremi, che mettono sotto pressione edifici e sistemi. In un contesto caratterizzato da una forte frammentazione proprietaria, questi dispositivi diventano essenziali per accompagnare il sito verso una governance distribuita.
È proprio su questo punto che si gioca la questione più delicata per il sito di Ivrea. Come evidenzia il site manager Ghisi: “La sfida maggiore è quella di coinvolgere i differenti proprietari e utilizzatori del sito nel condividere una strategia che promuova l'attenzione al cambiamento climatico come turning point culturale, sociale ed economico e nel renderli consapevoli di quanto le trasformazioni che inseguono la transizione energetica da un punto di vista solo tecnologico e funzionale intervengono nell'interpretazione e nella conservazione dell'Ouv del sito. Da un lato, quindi, è importante far comprendere che è necessario abitare nel sito consapevolmente, e allo stesso tempo far comprendere che il patrimonio vive nel 21esimo secolo ed è quindi investito di una riflessione valoriale che incamera e fa propri i valori del secolo presente”.
Se nel modello olivettiano l’unità del progetto era garantita da un unico soggetto capace di integrare produzione, spazio e comunità, oggi quella stessa unità deve essere costruita attraverso il coinvolgimento di una molteplicità di attori. È in questo passaggio che l’eredità di Olivetti si riattualizza. La città torna così ad essere una “officina del futuro”, in cui la dimensione sociale non è solo un principio originario, ma una pratica contemporanea che attraversa tutti i livelli del sito, dai singoli edifici alla scala urbana. In questo quadro anche la transizione energetica diventa un campo di sperimentazione diffuso.

Tra i casi più significativi: “quello delle Officine Ico: – evidenzia il site manager Ghisi - edificio simbolo del sito, oggi oggetto di un importante processo di restauro e rifunzionalizzazione promosso da una cordata di imprenditori locali che stanno riportando la produzione all’interno degli spazi originari, anche attraverso interventi di innovazione energetica. Tra le nuove attività figurano una fabbrica di prototipi di motori elettrici e una serra a coltivazione aeroponica, segni concreti di una nuova stagione produttiva capace di dialogare con l’eredità industriale del luogo”.
Accanto a queste esperienze, il sito si configura come un centro di ricerca e sperimentazione, in cui studi sul retrofit energetico – come quelli sulle facciate vetrate di Palazzo Uffici, premiati con il New European Bauhaus Prize – contribuiscono a ridefinire il rapporto tra innovazione tecnologica e tutela del patrimonio. Un elemento particolarmente rilevante nel contesto eporediese è la costituzione della Comunità energetica del Canavese che coinvolge 15 comuni e consente a cittadine, cittadini, imprese ed enti di condividere energia rinnovabile, riducendo costi e impatti ambientali. Si tratta di esperienze ancora poco conosciute, ma destinate a giocare un ruolo sempre più centrale nella costruzione di una conoscenza condivisa, capace di trasformare azioni isolate in pratiche replicabili.
In questo quadro, anche gli strumenti della comunicazione e della partecipazione assumono un ruolo decisivo. Il Visitor Centre, pensato come luogo di narrazione e restituzione dei contenuti del sito, evolve progressivamente verso una funzione più ampia, diventando il fulcro attorno al quale costruire una comunità di riferimento consapevole anche in relazione ai processi di sostenibilità. È in questa direzione che si inserisce il nuovo progetto dell’Urban Centre, destinato ad affiancare e rafforzare questa funzione: non più solo spazio informativo e narrativo, ma luogo di confronto e di costruzione condivisa, in cui cittadine, cittadini, istituzioni, professionisti e proprietari sono chiamati a partecipare ai processi decisionali e alla definizione delle strategie di trasformazione del sito. L’Urban Centre diventa così la nuova infrastruttura sociale della città contemporanea: uno spazio, fisico e simbolico, in cui l’eredità olivettiana si traduce in pratica, trasformando la partecipazione in strumento di governo e la comunità in soggetto attivo della conservazione e dell’evoluzione del patrimonio.

È in questa prospettiva che la dimensione politica della gestione del sito assume un ruolo decisivo. Come sottolinea il sindaco Matteo Chiantore: “Occorre interpretare il patrimonio in chiave evolutiva guardando al futuro senza rinnegare o obliterare il passato. Noi non abbiamo un patrimonio infinito e non possiamo, allo stesso tempo, permetterci di musealizzare l’intero lascito architettonico. Vivere un sito Unesco come il nostro comporta immaginare soluzioni che possono comportare dei cambiamenti anche importanti, ma sempre da condividere e da realizzare nel rispetto dei principi immateriali che hanno guidato la costruzione degli spazi nei decenni precedenti”.
La “fabbrica della felicità” non è più soltanto un’eredità del passato, ma un processo in cui la capacità di costruire relazioni, condividere scelte e generare benessere collettivo torna ad essere il fondamento della città contemporanea. La voce delle cittadine e dei cittadini rimane, allora come oggi, centrale: la “campana” olivettiana, che chiamava a raccolta la comunità, continua a chiamare.
Ognuno può suonare
senza timore e senza esitazione
la nostra campana.
Essa ha voce soltanto
per un mondo libero,
materialmente più fascinoso
e spiritualmente più elevato.
Suona soltanto per la parte
migliore di noi stessi,
vibra ogni qualvolta
è in gioco il diritto contro la violenza,
il debole contro il potente,
l’intelligenza contro la forza,
il coraggio contro la rassegnazione,
la povertà contro l’egoismo,
la saggezza e la sapienza
contro la fretta e l’improvvisazione,
la verità contro l’errore,
l’amore contro l’indifferenza.
Adriano Olivetti
