Rubrica: Voci dal territorio
Accessibilità come dato: quando l’inclusione diventa infrastruttura
Dalla mappatura degli spazi alla libertà di movimento, la visione di Petru Capatina rende evidente ciò che spesso resta invisibile e trasforma l’accessibilità in una pratica concreta per persone, imprese e territori. 9/02/26
Una situazione concreta, quasi banale, e proprio per questo potente. Un incontro di lavoro, una visita in ufficio, una persona che arriva da lontano per un accordo delicato e di grande valore. Tutto è pronto, tranne un dettaglio: il visitatore è claudicante, il meeting è al secondo piano e l’ascensore non c’è. La persona dichiara di voler comunque salire, cade, si fa male, l’incontro salta. Il danno non è solo umano: è anche organizzativo, reputazionale, economico. Il visitatore non sapeva che non ci fosse un ascensore per raggiungere il secondo piano. L’ospite non sapeva che il visitatore fosse claudicante. È da qui che Petru Capatina, Ceo di WeGlad allarga lo sguardo. Non per raccontare un incidente, ma per spiegare perché l’accessibilità non può essere lasciata all’improvvisazione.
“Quando una manager mi ha raccontato l’episodio, ho subito pensato che se fosse stato possibile condividere prima un link con i dati reali della struttura, quella persona avrebbe potuto scegliere. E tutti sarebbero stati pronti”, afferma Petru.

Non una rinuncia, ma una decisione consapevole. Non un problema da gestire all’ultimo minuto, ma una condizione prevista. Una trasparenza reciproca che avrebbe evitato l’imbarazzo, l’incidente, la perdita. E che avrebbe fatto bene a tutte e tutti.
“La parola chiave qui è ‘dato’. Un dato oggettivo, verificabile, condivisibile. Non una promessa, non una dichiarazione di buone intenzioni, ma un’informazione chiara che riduce l’incertezza e permette alle persone di scegliere. La trasparenza diventa così un presupposto della credibilità, soprattutto in un contesto in cui l’insidia del green e social washing è sempre più presente. La fiducia si gioca sui fatti: rendere visibili dati verificabili significa anche proteggere la reputazione da aspettative disattese”. Sembra impensabile, ma due persone su tre cercano spesso dati sull’accessibilità, senza trovarli.
Mappathon: quando l’accessibilità diventa azione collettiva
Da anni WeGlad lavora sulla mappatura urbana, rendendo visibili barriere e ostacoli che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, restano spesso ignorati. Lo fa attraverso Mappathon, il progetto collaborativo, spesso lanciato con corporate su diversi paesi, come strumento di stakeholder engagement, che trasforma la raccolta dei dati sull’accessibilità in un’azione diffusa, partecipata, quasi spontanea”. Persone con disabilità, cittadini e cittadine, volontari digitali si muovono per le strade delle città segnalando gradini, rampe ripide, attraversamenti impossibili, ascensori non funzionanti, parcheggi fuori norma, ma anche le cose accessibili e belle. Tutto senza giudizio – racconta Petru - Bastano pochi secondi: una foto, una categoria, un punto sulla mappa. Un gesto semplice che diventa immediatamente utile per altri. Un vero e proprio ecosistema digitale dell’accessibilità, dove l’informazione nasce dal basso e si aggiorna nel tempo.”

Mappathon è un’esperienza collettiva. Una mappatura tecnica, dove le persone si incontrano, collaborano, condividono uno sguardo diverso sulla città. Unisce elementi di gioco con quelli di impatto. “La mobilità smette di essere una questione individuale e diventa una responsabilità condivisa. I dati raccolti restituiscono alle amministrazioni e ai territori una fotografia oggettiva, granulare, concreta della loro salute urbana”. È da questa esperienza che è emersa la domanda successiva: perché fermarsi allo spazio pubblico? “Ci siamo resi conto che potevamo mappare qualsiasi edificio, anche quelli più complessi e strutturati, ad uso pubblico o privato, attraversati ogni giorno da persone diverse: dipendenti, clienti, fornitori, ospiti. Spazi in cui l’accoglienza non è mai uguale per tutti, ma dovrebbe esserlo”.
Ramp: la gestione degli spazi parte dal basso
Nasce così l’evoluzione naturale e coerente di Mappathon: Ramp (Retail accessibility management platform). La mappatura diventa uno strumento anche per chi gestisce spazi: aziende, organizzazioni, istituzioni. Non per esporle, ma per metterle in condizione di prevedere.
“Il valore sta nella condivisione consapevole del dato. A differenza del Retail, qui resta privato e viene condiviso solo quando serve: prima di una visita, di un colloquio, di un incontro. Anche per motivi di policy e sicurezza. Ed è proprio questa discrezione a rendere il modello virtuoso ed efficace. Si passa da una situazione di imbarazzo a una situazione di miglioramento. Sei già a posto, perché hai previsto. Qui l’accessibilità smette di essere una reazione e diventa progettazione. Sapere in anticipo cosa aspettarsi riduce frizioni, stress e fraintendimenti, rendendo l’esperienza più fluida per chiunque entri da quella porta.”
Il tema emerge con forza anche dal mondo delle risorse umane. Assumere persone con disabilità senza conoscere davvero il livello di accessibilità del luogo di lavoro crea una frattura evidente. La mappatura consente di valutare la reale corrispondenza tra persona e spazio, prima ancora dell’ingresso.
“Per le risorse umane è uno strumento concreto. Aiuta nell’assunzione, evita errori, rende il processo più coerente.”
Il percorso coinvolge anche le piccole e medie imprese. Quando Petru porta questa riflessione nelle associazioni di categoria, emerge un dato chiaro: le Pmi, che rappresentano la gran parte del tessuto produttivo italiano, vogliono fare la loro parte. Ma chiedono soluzioni semplici, sostenibili, in linea con la loro operatività quotidiana. “Mappare 500–800 metri quadrati, con cinquanta persone, è un’azione semplice. Ed è una piccola grande rivoluzione, perché in Italia le Pmi sono tantissime. La logica resta la stessa: creare un link, condividere informazioni chiare, individuare ciò che manca, migliorare passo dopo passo. Non servono interventi immediati e costosi. Serve consapevolezza.”
WeGlad continua a muoversi su questo doppio binario: da un lato l’app e la community, dall’altro la piattaforma più avanzata, pensata per chi gestisce spazi complessi. La tecnologia resta sullo sfondo. “Non possiamo sistemare tutto in pochi anni. Anche perché non sappiamo in modo oggettivo lo status quo finché lo misuriamo. Nell’asimmetria informativa si perde molto valore. Possiamo però creare dati. E con i dati, permettere alle persone di scegliere e alle organizzazioni di eccellere. L’accessibilità diventa infrastruttura silenziosa, capace di migliorare la vita quotidiana di molti, senza clamore, senza retorica”, conclude Petru.
