Rubrica: Voci dal territorio
Nel Veronese tornano i bachi da seta: la rinascita di una filiera
Il progetto interdisciplinare Gelseta dell’Università di Verona rilancia la gelsibachicoltura con aziende agricole, scuole e associazioni. Tra memoria, biodiversità e filiera corta: ne abbiamo parlato con Anna Paini. 3/6/26
C’è un suono che molti anziani e anziane delle campagne veronesi ricordano ancora: il fruscio continuo dei bachi da seta nutriti con le foglie di gelso nelle case contadine. Un’attività che fino alla seconda guerra mondiale rappresentava una fonte importante di reddito per molte famiglie e che oggi sta tornando al centro dell’attenzione grazie a un progetto che intreccia ricerca, territorio e comunità.
Da quella memoria rurale è nato nel 2024 “Gelseta”, progetto dell’Università di Verona che propone di riattivare la gelsibachicoltura come pratica agricola, culturale e ambientale. Nel Veronese sono già stati messi a dimora circa 300 gelsi bianchi, in forma diffusa tra cinque partner agricoli, e nel 2026 sono stati allevati 10mila bachi da seta, il doppio rispetto all’anno precedente.
Attorno a questa esperienza si sta costruendo una rete che coinvolge università, aziende agricole, scuole, associazioni culturali e imprese. “L’idea che ci ha accompagnato fin dall’inizio”, racconta Anna Paini, docente di Antropologia culturale dell’Università di Verona e responsabile scientifica del progetto, “è quella di una visione di sviluppo non estrattivo ma generativo, capace di creare relazioni tra ambiente, persone e memoria”.
Il progetto è sostenuto dalla Fondazione Cariverona nell’ambito del bando Ricerca e Sviluppo 2024. Coordinato dall’Università di Verona, coinvolge i dipartimenti di Culture e Civiltà e di Scienze Economiche insieme a partner pubblici e privati del territorio. Accanto ad Anna Paini lavorano la docente Veronica Polin per la parte economica e il collega Attilio Stella per quella storica, insieme agli assegnisti Giuliana Arnone, Tommaso Scaramella ed Elisa Dalla Rosa. Partner fondamentale del progetto è l’azienda MIC s.p.a. – Manifattura Italiana Cucirini, specializzata in filati. “Molti si sono stupiti perché nessuno di noi docenti proviene da discipline agrarie”, racconta Paini. “Noi abbiamo puntato sulla dimensione culturale, sulla valorizzazione del patrimonio immateriale e sulla possibilità di riattivare una filiera corta legata al territorio”.
Un “gelseto diffuso” costruito dal basso
Il progetto ha scelto sin dall’inizio un approccio compartecipativo, dando vita a un gelseto diffuso. Abbiamo discusso molto con il territorio prima di partire”, spiega Paini. “Nel Veneto altre esperienze di gelsibachicoltura erano già attive, ma a Verona non era ancora stato avviato alcun progetto. Allora noi abbiamo voluto scommettere sulla pianura e sulla bassa veronese”. Il gelso, oltre al valore storico, ha anche una funzione ambientale. Aiuta a consolidare il terreno grazie alle sue radici profonde, garantisce ombra e resiste bene alla siccità. Soprattutto, le foglie sono molto sensibili alla qualità ambientale. “I bachi mangiano solo foglie di gelso”, racconta Paini. “Se le foglie contengono sostanze nocive o residui chimici, i bachi possono ammalarsi. Per questo gelsi e bachi diventano preziosi indicatori della qualità dell’ambiente”.

La dimensione ecologica si intreccia così con quella paesaggistica e culturale. Per secoli i gelsi hanno segnato i confini dei campi e fatto parte dell’identità agricola veneta. Oggi il progetto prova a restituire profondità storica a quel paesaggio attraverso ricerche archivistiche, raccolta di memorie orali e attività culturali.
Dai bachi al filato: una filiera che riparte
Nel 2025 il Crea di Padova, centro nazionale specializzato in gelsibachicoltura, ha fornito al progetto cinquemila larve. Quest’anno sono diventate diecimila. I bachi vengono allevati tra fine aprile e inizio giugno da aziende agricole partner e dall’Istituto agrario Stefani-Bentegodi di Villafranca, dove gli studenti di alcune classi partecipano direttamente alle attività di allevamento. “Quando abbiamo iniziato molti di loro non riconoscevano la pianta del gelso”, osserva Paini. “Prendersi cura dei bachi li porta a osservare i cicli naturali e a sviluppare maggiore attenzione verso gli altri esseri viventi”.
Dopo la raccolta, i bozzoli sono stati portati in un essiccatoio della provincia di Padova per avviare la trasformazione del filato. “Siamo partiti con prudenza”, racconta Anna Paini. “Dal primo allevamento siamo riusciti a ottenere circa otto kg di bozzoli per poi arrivare a quasi un kg di seta greggia, considerata con parametri tecnici di buona qualità”. Una produzione ancora sperimentale, ma sufficiente per realizzare le prime matasse e rocche di filato distribuite ai partner del progetto.
Tra i partner c’è anche l’associazione Ad Maiora, realtà culturale veronese impegnata nelle arti tessili e nell’organizzazione di Verona Tessile. “Con il filato ottenuto dal primo anno di allevamento Ad Maiora sta realizzando un manufatto collettivo composto da diverse “mattonelle” tessili lavorate con tecniche differenti, trasformando così la seta prodotta dal progetto in un’opera condivisa tra artigianato, memoria e sperimentazione contemporanea”.
Il progetto coinvolge anche Verona Off, che documenta fotograficamente le attività, e iniziative culturali come “Gelseta al Mulino”, una settimana di incontri, laboratori e mostre dedicata alla gelsibachicoltura ospitata al Mulino Novo di Erbè, partner del progetto.

La seta oltre la moda
Il progetto guarda in prospettiva anche alle applicazioni contemporanee della seta. Oltre all’uso tessile tradizionale, oggi il filato può infatti trovare impiego nella cosmetica e nel biomedicale. “Interessanti sono le possibilità di innovazione legate all’economia circolare. - spiega Paini - Oggi anche gli scarti della lavorazione possono essere valorizzati”. La sericina, proteina naturale della seta, viene utilizzata ad esempio nei cosmetici, mentre alcune fibre sono oggetto di crescente interesse per la realizzazione di biomateriali e prodotti biomedicali.
Il progetto terminerà formalmente a fine 2026, ma la riattivazione della filiera continuerà. “Noi ci immaginiamo come incubatori”, conclude Paini. “L’idea è che i partner agricoli diventino sempre più autonomi nel portare avanti questa esperienza. Se continuerà nel suo percorso di crescita, Gelseta potrà diventare un modello di sviluppo locale, capace di mettere insieme biodiversità, cultura, economia e comunità”.

Foto di Verona Off
