Editoriali
Dagli stereotipi nelle Stem al lavoro di cura, le aspettative plasmano le opportunità di donne e uomini. Dare fiducia e valorizzare le capacità di tutte e tutti può ridurre le disuguaglianze e promuovere leadership femminili. 12/03/26
C’era una volta un re e scultore che non riusciva a trovare nessuna donna all’altezza del suo ideale. Decise allora di scolpire una statua perfetta di donna, chiamata Galatea, così bella e armoniosa da innamorarsene. Pigmalione le parlava, le portava doni e si comportava come se fosse viva. Colpita dal suo amore e dalla sua devozione, la dea Afrodite decise di dare vita alla statua, trasformandola in una donna vera.
Il mito greco, nelle Metamorfosi di Ovidio, ha catturato l'attenzione di esperte ed esperti di psicologia ed è stato analizzato in molteplici ambiti e contesti, dando vita al cosiddetto “effetto Pigmalione” (o “effetto Rosenthal" dal nome dello studioso che ne approfondì le caratteristiche): un fenomeno che si riferisce all'influenza che le aspettative di una persona hanno sulle prestazioni degli altri. In altre parole, quando ci aspettiamo che qualcuno riesca in un compito, quella persona tenderà ad avere successo. Vale però anche il contrario (“effetto Golem”), come accade per la parità di genere.
Gli esperimenti condotti da Rosenthal negli anni ’60 dimostrarono che quando agli insegnanti veniva detto che alcuni studenti avevano “grande potenziale”, questi studenti finivano davvero per ottenere risultati migliori semplicemente perché gli insegnanti dedicavano loro più attenzione, fiducia e stimoli. Ma cosa accade se insegnanti e genitori pensano (anche inconsciamente) che i ragazzi siano più portati per matematica, scienza e tecnologia e le ragazze per discipline umanistiche o di cura? Che tenderanno a incoraggiare maggiormente i ragazzi nelle materie Stem anziché le ragazze, le quali perderanno autostima e saranno influenzate rispetto a scelte universitarie e carriere future. Se invece viene data loro più fiducia, le ragazze potranno avere le stesse opportunità di avere successo. In Italia oggi cresce la partecipazione femminile nei percorsi Stem, ma nei ruoli di leadership scientifica e tecnologica le donne restano meno rappresentate. In campo scientifico le donne sono da sempre state sottovalutate, c’è chi, però, ha fatto la differenza: Maria Montessori, Samantha Cristoforetti, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, solo per citarne alcune. Grazie al loro impegno e convinzione non si sono fermate e hanno avuto successo. L’“effetto Galatea” non si riferisce all’effetto che gli altri hanno su di noi ma alla percezione di noi stessi. Queste aspettative su noi stessi possono essere potenti, poiché quando abbiamo un elevato senso di autoefficacia e crediamo fortemente nelle nostre capacità, tendiamo a impegnarci di più e quindi abbiamo più facilità a superare gli ostacoli e, alla fine, a raggiungere i nostri obiettivi.
Il problema è che a volte la nostra convinzione non è sufficiente. In ambito lavorativo, se si presume che gli uomini siano più adatti alla leadership, verranno più spesso promossi, formati o responsabilizzati. Questo alimenta fenomeni come il “soffitto di cristallo”, la minore presenza femminile nei ruoli decisionali e il gap retributivo. Se un capo non si aspetta che una donna possa ricoprire ruoli di leadership/non abbia le caratteristiche da leader, le probabilità di dimostrare leadership sono ridotte. Secondo quanto riportato dalla sociologa Chiara Saraceno su La stampa, in occasione dell’8 marzo, “la distribuzione dell’occupazione per gruppi professionali mostra che in Italia la componente femminile è minoritaria, rispetto alla media europea, proprio nei tre gruppi delle professioni più qualificate: la quota delle dirigenti è del 38% in meno, quella delle professioni intellettuali e quella delle professioni tecniche rispettivamente del 24% e del 5% in meno. Solo per quanto riguarda la presenza di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (ma quasi mai nelle posizioni più importanti dal punto di vista decisionale) l’introduzione della legge Golfo-Mosca ha portato l’Italia, con il 18,9%, tra i paesi più virtuosi, anche se ancora lontano dalla parità. È una legge che non piace alla presidente del consiglio, che evidentemente non ne coglie la funzione anti-monopolistica, di scardinamento della quota blu che tuttora è largamente prevalente quando si tratta di posizioni di potere, in tutti i campi. Continuano a persistere stereotipi di genere su ciò che è adatto a una donna (o a un uomo), più resistenti che altrove. Ne è un esempio la scarsità, anche se in lenta riduzione, di donne nelle qualifiche e professioni Stem”.
Come possiamo cambiare le nostre società se non partiamo dallo scardinare i pregiudizi che abbiamo e trasformare la nostra cultura? Come possiamo dare pari dignità alle donne, quando nel mondo il 31% dei ragazzi della gen Z crede che la moglie debba obbedire al marito, secondo un sondaggio di Ipsos e King’s College in 29 Paesi? E se il 49% degli italiani condivide l'idea che si sia fatto già abbastanza per la parità di genere?
C’è anche però un 59% di italiani che ritiene che più donne in posizioni di responsabilità porterebbero benefici. Il problema è la difficoltà di accesso a queste responsabilità, soprattutto per le madri. “Se per gli uomini diventare padri significa rafforzare la propria posizione nel mercato del lavoro, con benefici in termini di carriera e stipendio, per le donne avere un figlio continua a rappresentare una penalità. Il 20% smette di lavorare dopo la maternità e, quando c’è un bambino, il lavoro di cura pesa ogni giorno per oltre quattro ore in più sulle donne rispetto ai compagni”, come si legge su altroconsumo. Non stupisce che si parli di child penality, ovvero la penalizzazione a cui le donne sono sottoposte con la nascita di un bambino o di una bambina e che spesso implica il dover lasciare il lavoro, fare un part-time involontario, ricevere uno stipendio più basso o avere una carriera meno gratificante.
Un’importante misura da applicare per contrastare il fenomeno è l’estensione della durata e dell’indennità del congedo di paternità, “affinché diventi uno strumento reale di condivisione paritaria, non solo simbolico”, come sottolineiamo nel Rapporto ASviS. Introducendo anche meccanismi di integrazione al reddito da lavoro in caso di maternità, potenziando i servizi di assistenza per figli, figlie e altre persone a carico e promuovendo anche una cultura della condivisione dei ruoli di cura. In Svezia, il congedo parentale è pensato per essere realmente condiviso tra madre e padre. Sono previsti circa 480 giorni di congedo parentale per coppia, una parte è riservata obbligatoriamente al padre (se non la usa, la perde) e ci sono incentivi economici se i genitori dividono il congedo. Questo riduce il peso della cura solo sulle donne e aiuta la carriera femminile. La Spagna ha introdotto una riforma molto chiara: fino a 19 settimane di congedo pagato sia per la madre che per il padre, non trasferibile (ognuno deve usare il proprio). Questo spinge le aziende a non discriminare le donne in età fertile, perché anche gli uomini si assentano. Anche il ruolo degli asili nido è fondamentale. La Danimarca ha asili nido pubblici molto diffusi. Questo permette alle madri di tornare al lavoro, riduce il part-time involontario femminile e aumenta il tasso di occupazione delle donne.
Se la strada per la parità di genere è ancora lunga, come ribadito da molti in occasione dell’8 marzo, è una strada che richiede sforzi in molteplici direzioni: dalla trasformazione culturale all’adozione di misure politiche efficaci, fino all’applicazione di strumenti come la Valutazione di impatto di genere nelle politiche pubbliche. Mentre agiamo sui diversi fronti possiamo lavorare sulla sfera personale, cambiando le aspettative che abbiamo gli uni verso gli altri.
In fondo, è proprio questo che ci insegna il mito di Pigmalione. Le aspettative possono diventare una profezia che si autoavvera: se continuiamo a pensare che alcune strade siano più “naturali” per gli uomini e altre per le donne, continueremo a costruire una società diseguale. Ma se iniziamo ad aspettarci — a scuola, nel lavoro, nella politica e nelle famiglie — che ragazze e ragazzi possano avere le stesse capacità, aspirazioni e opportunità, allora quelle aspettative possono diventare una forza di cambiamento. Proprio come nella storia di Pigmalione, ciò che immaginiamo e in cui crediamo può prendere forma. La differenza è che, questa volta, la statua da portare alla vita è una società più giusta.
