Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare la società italiana, i soggetti economici e sociali e le istituzioni allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Altre iniziative per orientare verso uno sviluppo sostenibile

Contatti: Responsabile Rapporti con i media - Luisa Leonzi
Scopri di più sull'ASviS per l'Agenda 2030

The Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS), that brings together almost 300 member organizations among the civil society, aims to raise the awareness of the Italian society, economic stakeholders and institutions about the importance of the 2030 Agenda for Sustainable Development, and to mobilize them in order to pursue the Sustainable Development Goals (SDGs).
 

Editoriali

La povertà non è inevitabile: è il prodotto di decisioni politiche

La vera novità non è che esistano i poveri, ma che si resta poveri, secondo il Rapporto Caritas. La Strategia Ue anti-povertà indica la via. Sei economisti propongono una roadmap per rompere gli schemi. 25/06/06

giovedì 25 giugno 2026
Tempo di lettura: min

La politica di lotta alla povertà attraverso la crescita economica è destinata al fallimento”. Parole che non lasciano spazio a interpretazione quelle messe nere su bianco da sei rinomati economisti - Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, Thomas Piketty, Kate Raworth e Jason Hickel – che, dalle colonne del quotidiano britannico The Guardian, hanno lanciato una roadmap per sradicare la povertà andando oltre la crescita. “Povertà e disuguaglianza non sono casuali ma conseguenze prevedibili di scelte politiche”, si legge sul Guardian. Una posizione condivisa dall’Unione europea, che il 6 maggio ha lanciato la sua prima Strategia anti-povertà. Articolata in tre pilastri (casa, lavoro, protezione di minori e giovani), la Strategia intende affrontare un fenomeno che i dati più recenti di Eurostat dipingono come veramente preoccupante: infatti, nell’Ue una persona su cinque è a rischio povertà o esclusione sociale.

La Strategia europea contro la povertà punta a superare la logica dell'emergenza, intervenendo sulle cause strutturali dell'esclusione sociale. Sul fronte abitativo, prevede misure di prevenzione per chi rischia di perdere la casa, il rafforzamento degli alloggi sociali e a prezzi accessibili e il sostegno a nuovi investimenti. Sul lavoro, considerato la principale via d'uscita dalla povertà, l'obiettivo è favorire l'inserimento professionale delle 50 milioni di persone oggi escluse dal mercato del lavoro e contrastare il fenomeno del lavoro povero, che interessa un lavoratore europeo su otto. Particolare attenzione è dedicata alla povertà infantile: oltre 19 milioni di bambini sono a rischio di povertà e la Commissione intende mobilitare nuove risorse finanziarie e rafforzare la collaborazione con enti locali e società civile per spezzare la trasmissione intergenerazionale dello svantaggio.

I dati europei e quelli italiani raccontano una realtà che contraddice una convinzione radicata: la povertà non è un fenomeno residuale destinato a scomparire grazie alla crescita economica. Al contrario, sta diventando una condizione strutturale che colpisce lavoratori, famiglie con figli e anziani. Se questo accade, nonostante l'aumento della ricchezza complessiva prodotta, significa che il problema non è solo quanto si cresce, ma come si distribuiscono opportunità, redditi e servizi essenziali. La Relazione sugli indicatori di Benessere equo e sostenibile (Bes), trasmessa dal Ministero dell'Economia e delle finanze al Parlamento ad aprile, prospetta per il triennio 2026-2029 una stabilità della disuguaglianza del reddito netto e della povertà assoluta familiare. “Dovremmo imparare a pensare all'inclusione sociale come un investimento invece che un costo: quanta crescita sblocchiamo se attiviamo queste persone invece di abbandonarle ai margini? Lasciarle indietro è un costo doppio: sia sul welfare sia in termini di mancata partecipazione alla vita economica del Paese”, si legge su Il Corriere della sera in un’intervista all’economista Pietro Galeone a firma di Stefano Agnoli. Se si potesse riscrivere la Strategia europea, afferma Galeone, sarebbe importante dare un’attenzione in più ai giovani: “Servirebbe un focus urgente sulla povertà giovanile, sull'inclusione lavorativa giovanile, sulla qualità del lavoro giovanile e sulla possibilità per i giovani di investire nel loro futuro”.

Paolo Lambruschi, su Avvenire, commenta i dati del Rapporto Caritas, presentato il 16 giugno a Roma, parlando della nuova “strutturale normalità” radicata nella vita di molte famiglie: “Mai così tanti poveri e così a lungo. Eppure, vista da vicino, la povertà pare diventata normale per troppe persone”.  Lavorare non basta più, diminuiscono i nuovi poveri ma aumentano povertà cronica, intensità del bisogno e solitudine, cresce dal 4,6% al 5,2% la quota di persone che vive in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale.

Come cambiare rotta? La già citata tabella di marcia per sradicare la povertà, che è stata elaborata su mandato del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani Olivier De Schutter, lancia un messaggio che punta a rompere lo schema che per decenni ha guidato le politiche economiche degli Stati, basate su tre capisaldi: crescita, tasse, trasferimenti. Per gli economisti autori del Rapporto occorre anche rafforzare la rappresentanza sindacale e riconoscere il valore, spesso invisibile, del lavoro di cura. Significa poi investire nei servizi pubblici universali, dalle abitazioni ai trasporti, passando per la sanità e l’istruzione, così da spezzare il circolo vizioso della trasmissione intergenerazionale della povertà. E ancora: bisogna riportare sotto il controllo pubblico le risorse strategiche e orientare le risorse finanziarie per sostenere l’economia sociale che, a differenza del capitalismo contemporaneo, persegue finalità di interesse collettivo. La riscrittura delle regole dell’economia globale deve essere fatta avendo in mente i principi di equità e redistribuzione. Servono politiche contro la povertà basate sui diritti, assemblee di cittadini, strumenti di creazione di ricchezza comunitaria.

“Chiediamo ai leader politici a tutti i livelli […] di considerare la fine della povertà, la riduzione delle disuguaglianze e l'effettiva realizzazione dei diritti umani come il parametro di riferimento per valutare le politiche economiche”. Perché in gioco c’è molto di più di quello che ci viene raccontato dal dibattito nazionale su questi temi. La povertà non è una condizione inevitabile dell’umanità, ma l’esito di scelte economiche e politiche ben definite. Per questo può essere ridotta e persino sradicata. La domanda da porsi non è se abbiamo le risorse per farlo, ma se abbiamo la volontà di compiere le scelte necessarie.

Aderenti