Editoriali
Secondo l’Education Monitor di Ipsos, il 73% degli intervistati sostiene il divieto di uso dei social per gli under 14. Una soluzione efficace? Secondo gli esperti, adulti, piattaforme e politici devono assumersi la propria parte di responsabilità.
Il 14 agosto il Conseil constitutionnel francese ha bocciato la parte centrale della legge (approvata dal Parlamento) che avrebbe vietato ai minori di 15 anni l'accesso ai social media perché poneva problemi rispetto ai diritti fondamentali, in particolare alla libertà di espressione e alla privacy. Al contrario, il 24 agosto, la Nuova Zelanda ha presentato un disegno di legge per vietare i social ai minori di 16 anni. I primi erano stati gli australiani, nel dicembre del 2025, ma diversi Paesi poi hanno fatto lo stesso per i giovani al di sotto di una certa età, mentre le nazioni europee stanno attualmente discutendo sulle restrizioni da applicare (Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Spagna, ecc.) Anche in Italia si stanno discutendo strumenti di verifica dell'età o limiti più severi.
Nel frattempo negli Usa, il 18 agosto, si è aperto lo storico processo contro Meta, con quattro Stati che hanno fatto causa al gigante tech accusandolo di aver progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza nei bambini e negli adolescenti, contribuendo ai problemi di salute mentale dei giovani. Le accuse riguardavano anche la raccolta e l'utilizzo dei dati dei bambini senza il necessario consenso dei genitori. Il 26 agosto Meta ha raggiunto un accordo con una coalizione di 29 Stati, guidata da California, Colorado, Kentucky e New Jersey, per un pagamento di circa 17 miliardi di dollari e, soprattutto, per l’applicazione di modifiche sostanziali al funzionamento delle piattaforme.
Secondo l’Education Monitor 2026 di Ipsos, il 73% degli intervistati nei 31 Paesi globali sostiene il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 14 anni, e dal 2024 il consenso verso restrizioni di questo tipo è cresciuto quasi ovunque. L’Italia registra un aumento di otto punti percentuali. Ma la diffidenza verso i social non coincide con un rifiuto indiscriminato della tecnologia: soltanto il 39% pensa che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere vietata nelle scuole. Ipsos legge questa distanza come il segnale di un atteggiamento più selettivo: proteggere le ragazze e i ragazzi dalle tecnologie percepite come dannose, senza rinunciare a quelle che possono contribuire all’apprendimento.
Secondo quanto riportato dal portale ufficiale dell'Unione europea dedicato alla ricerca e all'innovazione finanziate dall'Ue, un gruppo di esperte ed esperti si è chiesto se vietare ai giovani l’accesso ai social media fosse una soluzione efficace. I professori Sandra Cortesi e Urs Gasser del Politecnico di Monaco non la pensano così. I due ricercatori sostengono che i divieti generalizzati dei social media, i requisiti di controllo dei genitori e le regole di sorveglianza estese per i giovani di solito non sono efficaci nell’incrementare la sicurezza. Il fattore principale alla base di ciò è la fiducia: quando manca e si sentono controllati o esclusi, le giovani e i giovani sono spinti a nascondere i problemi, piuttosto che a cercare l’aiuto di un adulto.
In un comunicato stampa, Gasser ha spiegato perché si oppone al divieto. “Non argomentiamo contro la regolamentazione: i requisiti legali sono indispensabili. Ciononostante, riteniamo che i politici debbano fare di più che stabilire delle linee rosse: dovrebbero richiedere ai fornitori di progettare le loro piattaforme e i propri prodotti in modo da renderli adatti ai bambini. È una soluzione più impegnativa da mettere in atto rispetto a un divieto generalizzato, ma anche più promettente. In fondo, quello che vogliamo davvero è che i bambini e i giovani possano imparare a usare i media in modo autonomo, generando un impatto positivo su di loro”.
Cortesi ha sottolineato, invece, che i giovani dovrebbero assumere un ruolo più attivo nella sicurezza digitale, venendo supportati dal sistema educativo. “Coinvolgendo i bambini e i ragazzi, le scuole hanno l’enorme opportunità da un lato di mostrare loro un futuro in cui il mondo digitale non è pieno solamente di innumerevoli rischi e, dall’altro, di conferire loro un senso di efficacia per sé stessi”.
A luglio 2026 è stato presentato un rapporto scaturito dal panel speciale sulla sicurezza dei minori online, istituito dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Marta Gonçalves e Gabriele Battimelli, Youth Ambassadors di Better Internet for Kids, e Antonia Torrens, presidente di Coface Families Europe, sono stati intervistati per raccogliere le opinioni sul panel e le principali indicazioni emerse sul tema della protezione dei minori online. Gli intervistati riprogetterebbero, tra le funzionalità delle piattaforme social più popolari, il sistema di raccomandazione, cioè l'algoritmo che decide cosa vedrà un giovane subito dopo, e le tecniche di design persuasivo, come lo scorrimento infinito e la riproduzione automatica dei contenuti, che incoraggiano un uso eccessivo anziché abitudini digitali sane. “Attualmente, quasi tutte le principali piattaforme sono progettate per massimizzare un unico obiettivo: quanto a lungo una persona rimane sull'app. E questa scelta condiziona quasi tutto ciò che un giovane sperimenta online. Io cambierei completamente obiettivo nel momento in cui una piattaforma sa di avere a che fare con un minore: dall'engagement passerei all'apprendimento, alla scoperta e a contenuti realmente adeguati all'età” afferma Battimelli.
Internet è pieno di opportunità (corsi gratuiti, libri gratuiti, strumenti per lo studio, comunità), ma spesso queste non sono ben visibili. “Educatori, scuole e la stessa Commissione potrebbero fare molto di più per indirizzare attivamente i giovani verso ciò che già esiste, invece di lasciarli arrivare a queste opportunità per caso”, prosegue. Infine, il problema del “dopo”: spesso si presta poca attenzione a ciò che accade dopo che un bambino ha subìto un danno, rispetto all’attenzione data alla prevenzione.
C’è poi il tema delle famiglie. Secondo Antonia Torrens molti genitori si sentono sopraffatti dalla necessità costante di stare al passo con gli sviluppi tecnologici e impotenti di fronte a modelli di business basati sull'engagement e sullo sfruttamento dei dati. Aiutare le bambine e i bambini a muoversi nel mondo digitale in sicurezza richiede un'azione coordinata da parte delle aziende tecnologiche, dei decisori politici, delle scuole e delle comunità. “Le famiglie non possono sostenere da sole questa responsabilità e hanno bisogno di un ambiente digitale che metta al primo posto i diritti, la sicurezza e il benessere dei bambini”.
Le aziende tecnologiche devono assumersi la responsabilità principale, adempiendo ai propri obblighi di due diligence e garantendo esperienze digitali sicure fin dalla progettazione. Quando non lo fanno, i decisori politici devono chiamarle a rispondere attraverso un solido quadro normativo, applicato in modo efficace.
“Le linee guida del Digital Services Act sulla protezione dei minori offrono una panoramica delle misure di sicurezza che le piattaforme online dovrebbero adottare per ridurre i rischi”, prosegue, “ma se fossero trasformate in standard obbligatori, aggiornati regolarmente, tecnologicamente neutrali e applicabili, potrebbero produrre cambiamenti significativi nel modo in cui i servizi digitali vengono progettati e contribuire a garantire che i diritti dei bambini siano protetti per impostazione predefinita”.
E i genitori, oltre a costruire fiducia e utilizzare il parental control, che cosa potrebbero fare? Rappresentare un modello sano per le e i loro figli. Secondo una ricerca condotta per Virgin Media O2, riportata su SKy Tg 24, il 63% dei ragazzi tra gli 8 e i 16 anni ritiene che i genitori non si rendano conto di quanto spesso restino incollati allo schermo e il 58% li vorrebbe più presenti quando trascorrono tempo insieme. Quasi la metà dei genitori di minorenni prende in mano il telefono senza pensarci almeno 30 o più volte al giorno, per un totale di oltre due ore di uso “involontario”. Questo ha conseguenze importanti sui figli: rischi di formazione di un attaccamento insicuro, ansioso o evitante, sovralimentazione, ritardi nello sviluppo linguistico. È il fenomeno della “technoreference”, l’interferenza della tecnologia delle relazioni.
Si tratta di fattori da monitorare anche per la salute mentale, che secondo l’Education Monitor rimane la principale preoccupazione associata ai giovani (per il 33% degli intervistati)Seguono l’economia del proprio Paese (31%) e gli effetti dei social media e delle tecnologie come l’intelligenza artificiale (30%). Mentre secondo quanto riportato dalla Voluntary national, local and youth review italiana, il 30,5% delle adolescenti e degli adolescenti intervistati indica il supporto psicologico tra i propri bisogni prioritari.
Insomma, il punto non è soltanto decidere quando un ragazzo possa entrare nel mondo dei social, ma in quale mondo digitale lo facciamo entrare. Anche perché in Italia la Costituzione offre un principio importante da cui partire. Con la modifica agli articoli 9 e 41, fortemente voluta dall’ASviS, accanto alla tutela dell'ambiente anche nell'interesse delle future generazioni, è stato rafforzato il principio secondo cui l'iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno, tra l'altro, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e alla salute. Un principio costituzionale che interpella anche le piattaforme digitali, chiamate a interrogarsi sugli effetti che i loro modelli di business e le loro scelte di progettazione producono sul benessere delle persone e sulla loro salute mentale, a partire dai più giovani.
Se chiediamo ai giovani di usare la tecnologia in modo responsabile, dobbiamo prima pretendere che chi la progetta, la governa e la accompagna faccia altrettanto. La sicurezza dei minori non può essere un limite aggiunto al digitale: deve essere il principio con cui lo costruiamo.
