Il punto di Giovannini
Libri o schermi: nella scelta del supporto si decide il rapporto con la realtà
23 aprile 2026
In questo periodo ho letto l’ultimo libro dello scrittore norvegese Jo Nesbø, che a me piace molto nonostante le atmosfere talvolta deprimenti. Si tratta di un poliziesco ambientato negli Stati Uniti, il quale ha una particolarità: il colpevole si intuisce ben prima della fine, anche se non mancano i colpi di scena. Eppure la lettura continua, spinta non tanto dalla suspense quanto dal desiderio di comprendere a fondo i personaggi, di seguirne le traiettorie psicologiche fino in fondo. Tipicamente, leggo la sera prima di addormentarmi o in viaggio. E sere fa, proprio leggendo il libro di Nesbø fino alla fine (per quasi un’ora invece della solita mezz’ora), mi è nata una riflessione, certamente non originale.
Come tutti sappiamo, i libri cartacei sono sempre più affiancati, e spesso sostituiti, da supporti digitali, come tablet, e-reader e smartphone. Sono nuove modalità di accesso alla lettura, peraltro molto comode, che però stanno ridefinendo il nostro rapporto con la conoscenza. Ovviamente, tenere un libro tra le mani è un’esperienza non equivalente alla lettura su uno schermo: e dunque cosa stiamo insegnando alle nuove generazioni? Che carta e digitale siano intercambiabili? Oppure che l’uso di un supporto particolare comporta un diverso modo di apprendere, di concentrarsi, di entrare in relazione con il contenuto?
La trasmissione della conoscenza passa anche attraverso la fisicità. Il gesto di sfogliare un libro e tenerlo in mano non è equivalente a tenere in mano un tablet. Analogamente, il tempo dedicato alla lettura e l’attenzione non frammentaria a un testo sono elementi che contribuiscono a costruire un rapporto più profondo con ciò che si legge. Al contrario, come molti studi dimostrano, l’uso di strumenti digitali (specialmente un telefono), pur offrendo opportunità straordinarie, tende a favorire velocità, distrazione, sovrapposizione continua di stimoli, visto che quello che normalmente leggiamo su siti e social media è presentato proprio secondo tali criteri.
Non è un caso che psicologi e studiosi stiano interrogandosi sempre più sugli effetti di questa trasformazione. Il tema non riguarda solo la lettura, ma il rapporto complessivo con la realtà: con lo spazio, con gli altri, con la natura. Emblematico, in questo senso, è il paradosso raccontato in alcuni contenuti virali online, come il “social media guard”, una sorta di collare per impedire a cani operati alle orecchie di ferirsi grattandosi con le zampe posteriori. Ebbene indossato da un umano, gli impedisce di abbassare lo sguardo sullo smartphone, costringendolo a rialzarlo verso ciò che ci circonda.
Vedere persone, oggetti, l’ambiente circostante non è percepirne le loro caratteristiche. Ed è proprio questa distinzione che rischia di attenuarsi in un contesto dominato dagli schermi. La trasformazione digitale non è neutrale: modifica comportamenti, abitudini, perfino il modo in cui costruiamo significati. Scegliere il futuro, allora, significa anche scegliere come leggere, come apprendere, come osservare e abitare il mondo in cui viviamo. Non si tratta di opporre carta e digitale, ma di riconoscere che ogni scelta, anche nelle pratiche quotidiane, contribuisce a definire il tipo di relazione che vogliamo avere con la conoscenza e con la realtà che ci circonda.
"Scegliere il futuro" è una rubrica realizzata in collaborazione con Radio Radicale. Ascolta l’audio.
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